giovedì 27 dicembre 2012

It don't mean a thing

Rosie the riveter, simbolo delle donne lavoratrici nella seconda guerra mondiale







It don't mean a thing

domenica 23 dicembre 2012

ANTONIETTA GUERRA BONOMO



ANTONIETTA GUERRA BONOMO

Magazziniera ed impiegata dal 1928 al 1943.



Ci racconti un po’ della sua vita e di come è entrata a lavorare nella “Belloni e Festa”.
Ho vissuto la mia infanzia nel difficile periodo della ricostruzione e della ripresa della normalità dopo la fine del primo conflitto mondiale. Appena la formazione scolastica me lo permise mi cercai un lavoro per aiutare economicamente la famiglia. Così nel 1928 entrai giovanissima a lavorare, come magazziniera, nella Belloni e Festa che allora produceva quasi esclusivamente cappelli di paglia.
La signora Ada Costamagna Festa, che fu per molti anni insegnante, spesso chiedeva notizie alle maestre di scuola sulle ragazze che lavoravano nell’azienda del marito. Venne a sapere così, dalla mia insegnante, che a scuola ero stata un’alunna diligente, sveglia e studiosa. Convinse quindi il marito a provarmi in un lavoro più impegnativo. Dopo un anno infatti venni assegnata, in prova, agli uffici.

Come ha conosciuto Ferruccio Los?
Conobbi il dottor Los quando venni proposta per un lavoro in ufficio, poiché era anche il responsabile degli impiegati. Con lui ebbi da subito un ottimo rapporto. Mi ha insegnato a lavorare come, del resto, ha insegnato a lavorare anche a tanti altri. Allora la Società era ancora agli inizi e non aveva un organico molto numeroso.

Ricorda com’era organizzato il lavoro di ufficio allora?
Per molti anni addetti agli uffici eravamo in pochi, anche perché, nella mentalità di allora, il lavoro impiegatizio era considerato una mansione non produttiva e quindi un peso nell’economia di un’azienda.
Nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale, in ufficio, oltre a me, agli acquisti, c’era il seguente organico: Lena Salin alla contabilità e cassa;
Lino Badocco alle vendite; Margherita Viero, segretaria, e supporto ed aiuto degli altri; Italia Costa alle paghe.
Tutti lavoravamo in un grande ufficio comunicante con l’ufficio del Dott. Los, direttore dell’azienda.
Erano anni molto duri e si lavorava anche sodo, ma poi spesso ci si ritrovava fuori dal lavoro, si scherzava e ci si divertiva assieme. Ricordo molte gite fatte con colleghi e colleghe.

Sappiamo che l’azienda rappresentava allora una delle poche possibilità di lavoro nella comunità di Marostica dove, specialmente per gli uomini, era veramente difficile trovare un impiego senza essere costretti all’emigrazione.
Com’era l’ambiente e quali possibilità c’erano di continuare a lavorare con una guerra oramai alle porte?
Nei difficili anni seguiti all’entrata in guerra, il lavoro era garantito solo dalle commesse dell’esercito. Spesso le maestranze lavoravano “per il magazzino” così da poter avere un qualche sostentamento economico a fine mese.
Ricordo una confidenza del dottor Los riguardo un acquisto particolarmente impegnativo di una grossa quantità di tessuto di lana tipo knickerbocker che gli veniva offerto ad un prezzo assai vantaggioso. Il momento veramente difficile lo rendeva molto titubante circa l’opportunità di accettare l’offerta, a fronte della quale doveva impegnare una quantità rilevante di risorse economiche.

Ci racconti come la sua vita sia radicalmente cambiata quando, l’11 febbraio del 1943, si sposò con Marco Bonomo. Suo marito, industriale locale, tra il 1951 e il 1955 fu anche Sindaco della Città. Tra l’altro, si distinse particolarmente per l’intensa attività rivolta ad alleviare le difficili condizioni degli alluvionati del Polesine che avevano raggiunto Marostica in seguito alla tragica alluvione del 14 novembre del 1951. Anche la nostra comunità subì lo straripamento del torrente Longhella il 9 giugno del 1953. Il ruolo da lui svolto in queste circostanze oltre al plauso di tutta la comunità gli valse anche l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Durante la sua amministrazione, da appassionato scacchista quale è sempre stato, realizzò il suo sogno: rifare la pavimentazione della Piazza inserendo la marmorea scacchiera gigante con cui realizzò una nuova edizione della Partita a scacchi giocata nel 1923, cosa che gli riuscì nel 1954.
La mia vita cambiò in maniera veramente inaspettata. Fu allietata anche dalla nascita di otto figli e quindi non mi rimase molto tempo per dedicarmi ad altre cose, ma la mia esperienza di lavoro, alla Belloni e Festa mi lasciò un ricordo indelebile. Non solo una grande nostalgia di quell’ambiente eccezionale ma quanto imparai allora mi servì enormemente in seguito quando, nonostante i figli, riuscii a dedicarmi all’organizzazione degli uffici dell’azienda di mio marito.
Per tutti questi motivi ricorderò sempre con affetto e gratitudine il dottor Los.

Ha qualche altro ricordo del suo lavoro?
Un giorno, qualche tempo dopo il mio matrimonio, portando a spasso in carrozzina la mia primogenita, incontrai il dottor Los. In tale occasione ricordando l’importante offerta del tessuto knickerbocker, mi raccontò di averlo acquistato e con esso aveva fatto produrre una grande quantità di capi, così da tenere occupata numerosa manodopera in quel difficile periodo di guerra. L’azienda inoltre aveva realizzato anche un cospicuo guadagno con la vendita di quei capi.
E’ sempre stato un grosso problema, per aziende di quel genere, avere una continuità di lavoro tutto l’anno e bisogna riconoscere che, solo grazie ad amministratori veramente capaci, la produzione poteva continuare anche in periodi di grave crisi.


domenica 16 dicembre 2012

LUIGI MENEGOTTO




LUIGI MENEGOTTO

Co-fondatore della Sezione CAI di Marostica nel 1946.



La ricerca di documentazione in occasione del convegno su Ferruccio Los ci ha permesso di acquisire informazioni sulla storia di Marostica agli inizi del 1900 e della sua famiglia, che viene ricordata qui sinteticamente.
Nel 1895 è istituita la Società Elettrica, una società commerciale le cui quote di partecipazione erano divise fra Padovan, Menegotto, Ragazzoni e Tasca. Aveva lo scopo di provvedere all’illuminazione pubblica e privata di Nove e Marostica e di garantire forza motrice a oltre una ventina di motori delle macchine per la produzione di cappelli di paglia e di industrie diverse, compresa la macinazione dei grani, un’attività legata alla famiglia Menegotto, titolare di importanti mulini e negozi.
Quali sono i suoi ricordi su tali temi?
Si capisce che la mia famiglia era interessata al problema dell’energia avendo un’attività di macinazione. Al nonno era stato suggerito un particolare motore per la sua azienda, il motore trifase. Menegotto, con Sebastiano Cuman, responsabile dell’Acquedotto, ebbe l’ idea di creare il bacino di Valle San Floriano. Era necessario tuttavia un dislivello per la produzione dell’energia, così scoprirono che alla Ca’ Boina c’era il salto sufficiente, era la roggia Marcoalda. C’è ancora la centrale in Ca’ Boina e, data l’ubicazione, riforniva anche Nove. Nel mulino in via Tempesta nel giorno di mercato, il martedì, la corte accoglieva una grande quantità di muli ed asinelli che vi stazionavano in attesa del carico. In quel giorno venivano i “fattorini” per barattare le granaglie con il “paco de dressa” (pacco di treccia di paglia per confezionare cappelli e “sporte”).

Questa prima importante iniziativa della sua famiglia rende evidente che la nostra città era in una condizione di particolare sviluppo, dovuto appunto all’industria della paglia. Provvedere all’illuminazione pubblica e privata costituiva un assoluto primato per un comune di piccole dimensioni quale era allora Marostica.
Marostica è stata uno dei primi centri dell’area veneta che ha avuto l’illuminazione elettrica, una vera novità per il nostro Paese, il cosiddetto “carbone bianco”. Tale iniziativa ha posto le basi per l’industrializzazione con macchinari più moderni. Marostica doveva dotarsi di comunicazioni efficienti se si considera che nel 1895 venne portata ed adottata la corrente elettrica consentendo una maggiore velocizzazione, precisione e sicurezza del lavoro, resa possibile con il funzionamento di macchinari elettrici.

A questo punto ci pare importante ricordare il ruolo della Banca Popolare di Marostica di cui Ferruccio Los fu proboviro dal 1941 al 1961, un’ istituzione a cui la famiglia Menegotto è stata legata fin dalla nascita. Riassumiamo in sintesi le tappe di questa società. Notizie della famiglia risalgono ai figli di Giovanni Battista Menegotto, Luigi e Clemente. Quest’ultimo fonderà assieme a Melchiorre Cuman ed Angelo Cecchetto nel 1888 una Società di Risparmio, con sede in Campo Marzio, il cui capitale avrebbe poi dato vita nel 1892 alla Banca Popolare di Marostica. La partecipazione come soci fondatori esprime una concreta attestazione dell’interesse e della fiducia verso la nuova realtà creditizia da parte di tali famiglie. Il contributo della famiglia Menegotto è importante: dal 1901 al 1918 suo nonno, Luigi Menegotto, è presidente.
Una storia che vede ancora le stesse famiglie impegnate a sostenere tale importante iniziativa: infatti l’attuale presidente della Banca Popolare di Marostica, Giovanni Cecchetto, è discendente del fondatore; ricordo che mio padre aveva per lui una stima illimitata.

La tradizione prosegue con il commendatore Tiberio Menegotto a cui si devono importanti iniziative filantropiche. Nel 1961, subentrato a Lorenzo Padovan, propose l’istituzione, in una sua memoria, di un fondo di assistenza per sostenere le attività di solidarietà. Del resto fin dalla sua fondazione la Banca si era proposta di accantonare una piccola somma per scopi sociali ed assistenziali.
Come presidente della Società di Mutuo Soccorso volle creare la “Scuola di Arti e Mestieri” che aveva sede in via Tempesta, dopo che la ditta Belfe aveva lasciato l’edificio per trasferirsi in via Roma. Nel. 1951 l’immobile di via Tempesta venne venduto al comune di Marostica. Va ricordato che proprio in quell’anno Los concluse la sua esperienza di assessore al bilancio .

La Scuola era volta all’istruzione professionale dei giovani che intendevano avviarsi al mondo del lavoro e che necessitavano di una formazione. Erano artigiani molto abili che di sera diventavano insegnanti: Antonio Valerio detto “Toni Botaro” che aveva la bottega in contrà Vajenti, saldatore; Attilio Berton, falegname, aveva bottega alla Pergola; Bartolomeo Strada e Giovanni Salin, meccanici, ed il geometra Angelo Parolin.

Nata nel 1949, la Scuola d’Arte e Mestieri, su iniziativa della Società di Mutuo Soccorso marosticense, ebbe per 20 anni presidente il cavalier Tiberio Menegotto.
La scuola diventò la base su cui si inserirono nel 1957 i Corsi Professionali C.A.P.I., promossi dall’Associazione Industriali della Provincia di Vicenza, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Industria e del Lavoro. Anche qui c’è in qualche modo un legame con la Belfe, dato che fu in quella circostanza istituito un corso diurno di cinque anni per confezioniste in serie, la cui insegnante era Agnese Girardi. Esso contribuì non poco a fornire personale qualificato alle locali imprese di confezioni. Era membro del consiglio del C.A.P.I. anche Angelo Carlo Festa.
Ma passiamo ora ad un’altra connessione che avvicina Ferruccio Los e Luigi Menegotto, quando furono accomunati nella volontà di creare una sezione CAI a Marostica che si costituì nel 1946 e di cui per un certo periodo fu vicepresidente lo stesso Menegotto ed il dottor Los fu commissario incaricato. Fra i suoi ricordi leggiamo nell’intervista, rilasciata per la commemorazione dei cinquant’anni della sezione CAI, il suo incontro con Gino Soldà, uno dei protagonisti della spedizione italiana sul K2.

Cominciamo a proporre una foto che mi ricorda tale circostanza: nella foto sono con Gino Soldà e il ragionier Antonio Cortese, direttore della Banca Popolare di Marostica dal 1956 al 1974. Siamo sulla terza torre del Sella. Sullo sfondo il gruppo del Sassolungo. Per una fortunata combinazione ebbi con il ragionier Cortese come guida in questa ascensione Gino Soldà, della sezione C.A.I. Recoaro. La foto, che conservo con orgoglio, è datata agosto 1950 ed è realizzata con l’autoscatto di una Kodak Junior 620, 6x9.
In vetta alla terza torre del Sella con A. Cortese e G. Soldà. (Archivio Luigi Menegotto)

Quali sono i suoi ricordi degli inizi?
La sezione C.A.I. organizzò, nel 1946, anno della fondazione, varie gite: tra le prime un’escursione a cima Rosetta e Cimon della Pala e al nevaio sulle Pale di San Martino. La prima gita della sezione era stata sul Monte Cengio, in occasione del raduno delle sezioni del C.A.I. vicentine per la festa del primo maggio. Un’altra data che ricordo fu quella del 7 e 8 settembre 1947. I partecipanti all’ascensione sulla Cima Grande di Lavaredo furono Gianni Artuso, Franco Campana, Flavio Costa, Tita Frescura, Gigi Menegotto, Giuseppe Parise, Giovanni Polita, Gigi Roboni, Augusto Serafini. Era una delle prime “Grandi imprese alpinistiche” della sezione C.A.I. di Marostica.
Una meta abituale divenne l’Altopiano negli anni del dopoguerra, in particolare la Malga Verde in Vallerana, data in concessione al C.A.I. di Marostica per interessamento dell’allora sindaco del comune di Conco, da Pierina Melesso detta Ninona che possedeva a Conco un negozio di generi alimentari con i quali riforniva il gruppo, arrivando con la slitta e il cavallo. Le prime gite sulla neve della sezione Sci Cai di Marostica, che contava numerosi tesserati appena sorta, avvenivano proprio nella zona di Rubbio e Val Lastaro.

Gita del CAI di Marostica negli anni ’50 alla Malga Verde in Vallerana. (Archivio CAI) 


 

giovedì 13 dicembre 2012

twist and shout

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Abito in tessuto di seta colore bianco gesso. (Archivio “Belfe”).
  


C.I.M. : sigla di Centro Italiano Moda, quando ancora la gente impazziva per cose più gravi di una Griffe. Pur restando tempio della creatività italiana, oggi raccoglie personalità variopinte,  che compensano l'assenza di lavoro con incontrollate espressioni di fantasia. E' sempre un luogo esclusivo e di difficile penetrazione e, dato che la Seconda Repubblica vive la decrescita, vi si impone una sterilizzazione di nuove idee per fare economia di pensiero piuttosto che tagli all'inquinamento mentale.

Trench Belfe

Twist and shout

domenica 9 dicembre 2012

MARTINA DINT



MARTINA DINT

Figlia di Augusto, modellista della Belloni, Festa & C. S.A. dal 1938 al 1943


Cercheremo di affrontare un momento drammatico della tua vita personale, fatto più dii ricordi di coloro che sono vissuti accanto a tuo padre, essendo tu una bimba di tre anni quando venne a mancare.1
E' vero, la storia della mia famiglia è racchiusa in pochi ricordi che gelosamente custodisco. Di origini polacche, i miei familiari raggiunsero l'Italia dopo varie peregrinazioni attraverso le terre dell'ex impero asburgico. Il nonno era un abile artigiano che aveva lavorato per Thonet e lavorava a Ospedaletto (Brescia) presso un mobilificio come falegname, molto apprezzato perché riusciva a curvare il legno e quindi ricercato per la produzione di sedie. Era stato raggiunto a Brescia da mio padre verso gli anni '30. Parlavano cecoslovacco e tedesco e desideravano stabilirsi in Italia.

In quale circostanza venne a Marostica ?
Fu in seguito alla richiesta di Gino Pozza, un viaggiatore di commercio di Belfe, che gli propose di lavorare in Ditta. Un giorno Pozza, visitando un cliente a Brescia, ebbe occasione di ammirare alcuni modelli di giacche da caccia in vendita in quel negozio. Subito interessato chiese il nome della ditta produttrice di quei modelli. Il cliente, ovviamente, dato che ne possedeva l'esclusiva, mantenne il segreto.
Tuttavia, essendo di grande interesse per la società diversificare la sua produzione verso nuovi articoli, Belfe invitò Pozza a cercare di conoscere il nome di chi realizzava quei capi. Non erano prodotti da una ditta, come si pensava, ma da una persona: Augusto Dint.

Quando entrò a lavorare in Belfe?
Venne invitato a Marostica per diventare modellista della Belloni e Festa nel 1938. Qualche tempo dopo mio padre divenne dipendente dell'azienda con la qualifica di “tagliatore di abbigliamento sportivo". Anche il nonno Martino, proprio per le sue qualità di abile artigiano, trovò lavoro a Marostica, nella fabbrica di via Tempesta dove si era creato il problema di mantenere le proprie attrezzature pur affrontando un nuovo settore, l'abbigliamento. Erano necessari enormi tavoli per il taglio, sedie, dunque ambienti di lavoro riorganizzati per le nuove necessità.
La guerra era alle porte: la fabbrica, con un appalto del Ministero, doveva produrre, per conto dell'esercito italiano, tende da campo, blusotti e caschi per carristi, ma anche2 per aviatori ) ed altro abbigliamento mimetico.(nota tute)

Erano i modelli militari che Dint doveva preparare ?
Si, e direi che lo sviluppo taglie, che si deve attribuire alla necessità di vestire l'esercito, fu poi determinante per la nascita di una moderna industria di confezione.
Blusotti, giacche per la caccia, impermeabili ed abiti femminili erano ancora un sogno nel cassetto perché limitati ad una produzione assolutamente marginale data la quasi totale mancanza di richiesta dovuta allo stato di guerra.
L'Italia era entrata in guerra e sembrò a tutti che sarebbe stata una guerra lampo, le commesse di tipo militare sarebbero ben presto terminate quindi Belfe cercò di aprire il suo mercato anche verso l'abito civile.
A Milano fu costituito nel 1949 il Centro Italiano Moda. Allora, come ora, Milano era la capitale della moda e lì nascevano le nuove idee e si formavano le figure professionali attorno cui ruotava la produzione italiana.
Da Milano arrivò Geroldi, esperto in abbigliamento civile, che doveva quindi completare il lavoro che mio padre svolgeva egregiamente in azienda nel settore sportivo. A volte l'invidia, tra colleghi di lavoro, porta a risultati quanto mai spiacevoli. Geroldi, infatti, cominciò ad invadere il campo dell'altro modellista e, per rendersi benvisto dalla Direzione, a mettersi in competizione con lui.

Vorremmo avere la tua versione su un episodio entrato ormai nella leggenda tra le vecchie vicende dell'azienda: si tratta dei due centimetri di tessuto economizzati da Geroldi.
Si racconta che, su un modello di caschetto, allora uno dei cavalli di battaglia della produzione eseguito da mio padre, il signor Geroldi studiò il consumo di tessuto, riducendolo rispetto a quanto aveva stabilito il suo “rivale". In produzione quindi venne preferito il suo modello. Mio padre aspettò, fiducioso, la prova dei fatti per veder prevalere la "sua" ragione ed avere quindi la sua rivincita.
Infatti quando buona parte dei caschetti furono messi in una forma per la stiratura le cuciture troppo al limite del tessuto, cominciarono a cedere, facendo aprire come un fiore il caschetto stesso.

Gli attriti continuarono nonostante questa battaglia vinta. Perché ci fu un abbandono della Belfe da parte di tuo padre ?
Ben presto decise di risolvere altrove il suo problema. L'occasione si presentò quando un conoscente, desideroso di investire dei capitali nel settore dell'abbigliamento, pensò di trovare un tecnico come guida e indirizzo nella sua scelta. Nacque così, dopo varie esperienze la Marsport; la soluzione proposta fu un'associazione in partecipazione con pari stipendio e distribuzione degli utili.
Mio padre, da sempre desideroso di avere un'attività propria, ma a cui, purtroppo, mancavano i mezzi finanziari per metterla in atto, la considerò un'occasione da non tralasciare. I tempi difficili, e la mancanza di indipendenza alla Belloni e Festa, dove era affiancato da un collaboratore, lo indussero ad accettare un lavoro che stimava ben più remunerativo, considerato anche che, nel frattempo, ero nata io, Martina. E nonostante l'amicizia di mio padre con il dottor Los, la separazione dalla Belloni, Festa & C. S.A. diventò inevitabile. Era l'anno 1943.

Comunque l'amicizia con Los non terminò.
Oltre al lavoro mio padre trovò anche un grande amico: Ferruccio Los, che l'aveva incoraggiato a lavorare a Marostica.
Con lui divideva anche il tempo libero. Tante gite e passeggiate in montagna, d'estate come d'inverno, dove potevano pensare e provare "sul campo" i prodotti sperimentali che uscivano dall'azienda.


Le foto che li ritraggono insieme sono una preziosa testimonianza.
Ferruccio Los e il suo amico Augusto Dint durante una delle frequenti escursioni in montagna d’inverno. (Archivio Famiglia Los)




1 Ricordiamo le circostanze che, nel 1946, portarono alla morte di Augusto Dint.
"Il destino di Augusto Dint si sta compiendo. Infatti si incrocia con quello di un giovane soldato polacco delle truppe di liberazione lasciate a Marostica a garantire l'ordine e la tranquillità nel burrascoso periodo del dopoguerra. Una sera di aprile il giovane, piuttosto alticcio, tanto da scaricare quasi completamente un caricatore di rivoltella contro le piante che trova sul percorso che lo porta da Roveredo Alto a Marostica, entra nell'osteria dove Augusto Dint ed alcuni suoi amici, tra i quali anche Ferruccio Los, stavano aspettando l'ora per andare al cinematografo. Il giovane grida parole in una strana lingua che però Augusto Dint capisce perfettamente. Generoso come sempre, si avvicina al militare e cerca di calmarlo apostrofandolo nella sua stessa lingua. Improvvisamente il soldato, completamente ubriaco, estrae la pistola dalla fondina e spara l'ultimo colpo del caricatore, a bruciapelo, colpendo Augusto al ventre. Nonostante il ricovero all'ospedale e l'operazione riuscita, una grave infezione lo porta alla morte dopo una ventina di giorni. Gli antibiotici, anche se arrivati in Italia nel dopoguerra, erano ancora una prerogativa per pochi fortunati. Oltre al vecchio padre, Martino, lascia la moglie Malvina ed una bimba di soli tre anni, Martina.


2 Proprio le tute termiche per aviatori furono il trampolino di lancio per una commessa di abbigliamento adatto allo sci prodotta per conto dell’esercito finlandese; questa produzione diede l’occasione di aprirsi verso nuovi possibili futuri orizzonti di mercato dato che la situazione bellica lasciava poco spazio alla produzione civile.


giovedì 6 dicembre 2012

BEAUTIFUL GIRL


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Giacca in tessuto cirè imbottita con pantaloni a fuseaux. (Archivio “Belfe”).




Beautiful girl



Hit the road Jack


domenica 2 dicembre 2012

MARIA CUMAN ZOCCAI



MARIA CUMAN ZOCCAI
Operaia e capo reparto dal 1936 al 1978.




Di recente ha avuto un pubblico incontro con i corsisti che nel lontano 1959 ebbero in Lei una preziosa maestra di cucito. Cerchiamo di ripercorrere le tappe della sua attività in “Belfe”.
Entrai nel 1936 – 37 e vi rimasi fino al 1978. Fui assunta per fornire alle operaie qualificate filo, bottoni, tessuti e materiale vario. La Società era la Belloni Festa & C. S.A.,con sede in via Tempesta e io mi trovavo in un salone al piano superiore con ampie vetrate, caldo d’estate e gelido d’inverno. Allora le condizioni di lavoro erano molto disagevoli, non c’era impianto di riscaldamento e noi provvedevamo a portarci uno scaldino a brace nei giorni più freddi. In quel periodo era responsabile del reparto al piano superiore Alma Moscato e coesistevano una linea di cappelli di paglia, che era ormai alquanto ridotta e una produzione di caschi coloniali richiesti per l’esercito impegnato in Africa.

Si tratta della guerra seguita all’attacco dell’Italia all’Abissinia, nel 1935. Qual’era la vostra produzione?
In particolare si confezionavano applicazioni dette “regine” per l’interno dei caschi in sughero. Per un breve periodo subentrò come capo reparto Giovanni Volpato, sarto, che fu sindaco di Marostica nella prima amministrazione del dopoguerra, dal 1946 al 19511.

In quel periodo il dottor Los era assessore alle finanze.
Sì e in tale circostanza Volpato fu sostituito da Lino Guazzo, assieme al tecnico Geroldi di Milano.

Come proseguì la sua carriera?
Dopo circa un anno venni trasferita al salone sottostante, alle confezioni. Ero addetta alle presse da stiro dove era mio collega Giovanni Basso e vi rimasi circa dieci anni. Anche nel periodo di guerra continuava la produzione di abiti civili, ricordo fino a cinquemila capi di confezione.

Certamente una soluzione che permise di tenere occupata la manodopera. Non era ancora addetta al cucito?
Il lavoro di cucitrice ebbe inizio con il trasferimento delle confezioni sportive in via Roma, nell’edificio dell’ex Anonima Girardi, di fronte alle scuole elementari. Responsabili erano Liberatori e Pianezzola. Gran parte della produzione riguardava capi per la caccia, blusotti in pelle, imbottiti di pelliccia. In seguito venivano prodotti molti impermeabili in nylon, di colore rosso, bleu, marrone e grigio.
Venivano confezionati in grandi quantità calzoni in una qualità di popeline robustissimo, un tessuto fornito dagli americani, perché erano per esportazione. In quel periodo “Belfe” occupava fino a 400 persone.

Quando ebbe inizio la sua attività di insegnante di cucito? Avvenne quando le macchine per cucire Necchi anteguerra richieste da Augusto Dint furono sostituite dal modello “SG” degli anni ’50?
Quando si rese necessario preparare le maestranze all’uso di particolari macchine per cucire, prodotte dalla ditta Necchi di Pavia, venimmo convocate per una prova e vennero misurati i tempi di lavorazione. Io venni scelta. Ricordo che le compagne di fabbrica provarono un certo disagio perché si rendevano conto che difficilmente avrebbero potuto uguagliare la mia prestazione.

Nel 1958 ci fu una visita aziendale a Pavia, presso lo stabilimento Necchi, con cui “Belfe” ebbe dunque una lunga ed importante collaborazione.
Sì, in quanto si doveva provvedere ad una maggiore specializzazione per eseguire le lavorazioni necessarie. Fu avviato un corso in collaborazione con la Necchi e la “Belfe” provvide a fornire i locali esternamente allo stabilimento. Il primo corso era composto da dodici ragazzi che avevano un piccolo aiuto finanziario come apprendisti. Dopo qualche mese, i frequentanti vennero assunti in “Belfe” ma io continuavo, se necessario, a fornire assistenza. Trattandosi di modelli tecnologicamente avanzati fummo invitati ad uno stand allestito alla Fiera di Padova per dimostrazioni di cucito con i corsisti. Si resero necessari altri corsi per impadronirsi dell’abilità richiesta nell’uso di macchinari di una certa complessità e si trattava di formare personale da inserire in Ditta.
Concluso il periodo di insegnamento, tornai in fabbrica come responsabile di una linea di produzione dove rimasi fino al ’78.


1 Del 1936 è la richiesta della società Belloni, Festa & C. al Ministero delle Corporazioni di contraddistinguere con il marchio “Belfe” la produzione di capi sportivi e precisamente caschi, guantoni, guanti e muffole di tela e di cuoio, giacchettoni, giubbe e giubbetti di cuoio, pelli di foca, sacchi da montagna, ghette da sciatori, sudovest, berretti e crocetesta da sciatori.





NOTE

Va usato genericamente il termine Belfe, che come sappiamo è l’acronimo di Pasquale Belloni e Franco Festa, nel timore di creare confusione usando le varie sigle che caratterizzano la lunga storia di tale ditta di abbigliamento.