Buddy Holly
giovedì 31 gennaio 2013
domenica 27 gennaio 2013
DIRCE VIERO PEDRON
Prima
impiegata e poi capo ufficio vendite dal 1945 agli anni ’90.
Proviamo
a ricordare le circostanze che la portarono alla decisione di entrare
in Belfe.
Mia
sorella Margherita aveva lavorato a lungo in Belfe, all’ufficio
vendite. Aveva lasciato l'impiego quando nel 1945 si era sposata. Mi
era già capitato di andare nel suo ufficio per fare pratica mentre
frequentavo un corso di dattilografia, cosi, nel '45, giovanissima,
venni assunta.
Un
particolare che denota un'epoca è il fatto che in ufficio dovevamo
indossare un grembiule nero con il colletto bianco.
Come
proseguì la sua carriera?
In
realtà venne presto interrotta perché dopo il matrimonio andai a
vivere a Bassano e al momento della maternità decisi di licenziarmi.
Quando rimase vacante il posto occupato da Mario Scuro rientrai in
Belfe su richiesta del dottor Los. Era anche necessario che qualcuno
si occupasse della organizzazione e gestione degli archivi d'ufficio
della fabbrica di biancheria che Los aveva fondato negli anni ‘50
con la moglie Maddalena Parolin, quando sembrava che la Belfe non
dovesse più continuare la sua attività.
In
quegli anni c'era un ambiente piacevole: una vera fucina di idee. Il
lavoro era interessante ma anche sempre più impegnativo, tanto che
al momento dei mio definitivo licenziamento fu assunto un direttore
commerciale per sostituirmi.
Ero
addetta all'ufficio vendite per cui ero responsabile dei rapporti con
i clienti: negli ultimi anni erano circa quattrocento e si trattava
di negozi di alta qualità. Il dottor Los curava ogni dettaglio: era
sempre alla ricerca di nuovi clienti e preparava gli incontri. E'
come se fosse stato in grado di intuire le esigenze del mercato.
E'
evidente che un risultato simile richiede ricerche, analisi di
mercato, problemi che implicano una capacità di prevedere le
esigenze concrete del cliente. E’ un lavoro di immagine che
portò in quel periodo alla creazione del pay off aziendale
“l’eleganza nello sport" che memorizza in maniera
riassuntiva il messaggio di vendita.
Come
afferma Micol Fontana “c'è da distinguere tra l'eleganza e la
moda. La moda deve fare eleganza”.
Nel
periodo in cui l'azienda si era affermata c'era infatti l'unico
marchio Belfe.
Agli
inizi i clienti più importanti richiedevano il marchio del negozio,
che mandava la propria etichetta, dunque un doppio marchio.
Belfe
nel 1959 è presente con l’alta moda nelle sfilate spettacolo di
Palazzo Grassi a Venezia, dove vi era l'obbligo che sfilassero solo
capi prodotti in fibre artificiali. L’alta moda è la musa
ispiratrice del pret à porter e si differenza per l'estro, lo studio
più accurato, la ricerca del modello – coordinato al tessuto, al
ricamo.
Per
le collaborazioni con Avolio1
e Veneziani (9), veniva mandato il prototipo e dopo il primo anno di
esclusiva come capo unico di alta moda, lo smontavamo e veniva
sviluppato nelle varie taglie.
Veneziani
dava spunti molto belli, si trattava di capi che non avevano
un'impronta puramente sportiva.
Il
sistema di esclusiva ad un solo negozio crea un vantaggio competitivo
per il cliente ma impegna la ditta produttrice a mantenere una
qualità elevata, un prodotto qualificante e di firma rivolto ad un
mercato internazionale.
Ci
sembra che Belfe in seguito abbia deciso di creare altre linee
proprio per allargare il mercato di riferimento in segmenti diversi
dal target tradizionale.
Si,
ma avvenne dopo la morte del dottor Los, quando fu creato lo
stabilimento di Trieste, la Holiday, nel 1965, che fu anche meta di
una delle nostre gite aziendali. Infatti numerosi clienti, non
potendo ottenere la linea Belfe a causa della scelta distributiva
basata su rapporti di esclusiva, richiedevano di poter comunque
proporre un prodotto con caratteristiche affini.
Cosa
ricorda dei clienti degli anni '50 '60 ?
E'
impossibile nominarli tutti. Citerò le persone legate al dottor Los
da amicizia. La celebre guida alpina Toni Gobbi, bassanese e fratello
del tenore Tito Gobbi; possedeva un negozio a Courmayeur e divideva
con Los la passione per la montagna. Anche Gino Soldà era compagno
dì gite e iscritto al CAI di Recoaro. Fu un'amicizia importante
perché suggerì Belfe per l'equipaggiamento della spedizione del K2
nel 1954, non solo per l'abbigliamento ma anche per lettini da campo
e tende, per i quali servì una tela gommata.
C'erano
settori che davano continuità di ordinazioni senza richiedere una
continua sperimentazione ed innovazione tecnologica ?
Ad
esempio il settore della caccia aveva tipologie intramontabili, senza
campionario annuale. I clienti facevano ordini anticipati di tutte le
taglie e a fine stagione erano tutti venduti. Agli inizi era seguito
da Ezio Liberatori.
I
modelli classici erano in fustagno, in tessuto gommato verde muschio
per le prime giacche a vento imbottite con il cappuccio e la
mefista2,
una cuffia di lana tipo passamontagna, le giacche per la caccia “da
botte”, così chiamate perché si doveva sostare in palude dentro
la botte per la caccia alle anitre selvatiche.
1
Avolio Giorgio, sarto
milanese, rappresentò, insieme a Bertoli, a Pucci, alla Tessitrice
dell'Isola, la moda boutique alla prima sfilata organizzata da
Giorgini a Firenze, alla nascita della moda italiana, il 12 febbraio
1951. La sua insegna era la classicità.
giovedì 17 gennaio 2013
JOLE VENEZIANI
VENEZIANI, JOLE : (Taranto 1901 – Milano 1989) stilista
milanese, commissionò la produzione della linea Veneziani sport alla
Belfe per alcuni anni. Il suo atelier era in via Montenapoleone a
Milano.
Le sue collezioni sfilavano alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze.
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Le sue collezioni sfilavano alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze.
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Cappotto
rosso doppiopetto con bottoni dorati e monopetto avorio in tessuto
impermeabile con lavorazione “stretch”.
(Archivio “Belfe”)
Come sposare un milionario-sfilata
My girl
domenica 13 gennaio 2013
NIVES RIPAMONTI GOLIN
NIVES
RIPAMONTI GOLIN
Le
nostre famiglie sono legate da una lunghissima e solida amicizia. I
nostri ricordi sono un po’ vaghi. La pregheremmo di voler
ripercorrere le circostanze che l’hanno portata a Marostica.
Direi
che è stato quasi il destino a determinare, come in tantissimi altri
casi, la mia vita, al fianco di Alfonso.
Era
il luglio del 1947 ed ero a Casteltesino, in vacanza, assieme a mia
sorella. Lì ebbi la fortuna di conoscere la signora Maddalena,
moglie del dottor Los, che si trovava nel medesimo mio albergo.
Era
una signora gentile ma isolata e, molto di frequente, sola, e
intenta a leggere o scrivere. Essendo la lettura anche una delle mie
passioni, questo fu il legame che ci spinse ad allacciare una
amicizia che si rivelò subito piena di interessi e passioni
reciproche.
Una
sera, come tante altre volte, il marito venne a trovarla, ma questa
volta era accompagnato da Alfonso.
Cenammo
allo stesso tavolo e quella fu la prima occasione che ebbi per
conoscerlo.
Durante
i restanti giorni della mia vacanza ebbi occasione di approfondire,
con quella che oramai era diventata la mia amica, il discorso su
Alfonso.
La
signora conosceva molti particolari di tale rapporto, segno evidente
che il marito gliene aveva parlato spesso, essendo Alfonso uno dei
suoi migliori amici.
Entrambi
da giovani vivevano a ridosso della Pieve di S. Maria; Alfonso era
dirimpettaio del nonno di Ferruccio. Da adulti poi trascorrevano
insieme gran parte del loro tempo libero dedicandosi alla comune
passione per la montagna. Ma spesso nelle domeniche o in altre feste
di pausa dal lavoro, passeggiavano, assieme ad altri amici, tra le
colline che circondano Marostica, o giocavano a scacchi, gioco molto
diffuso a quell’epoca nelle case e nei bar della Città.
La
nostra unione fu solida e intensa e ben presto allietata dalla
nascita di due figli.
Quale
fu l’esperienza professionale di suo marito alla Belfe?
L’amicizia
con il dottor Los determinò la scelta che Alfonso fece, quando, dopo
una esperienza in Banca, cominciò a lavorare per questa industria di
abbigliamento. Ciò accadde nel 1933. Subito divenne viaggiatore di
commercio per l’abbigliamento civile (I.C.A.) per l’area di
Nord-ovest, area di particolare importanza perché costituiva e
costituisce tutt’ora il cosidetto triangolo industriale. Ben presto
però, essendo cessata l’attività della I.C.A. passò, come tanti
altri viaggiatori Belfe, all’abbigliamento sportivo (I.A.S.) per la
medesima zona, di cui diventò poi anche ispettore.
Questo
ci portò ovviamente a vivere a Milano.
Lei
vive tutt’ora a Milano, dove risiedono anche i suoi figli. Quali
sono i suoi ricordi dell'attività milanese di Belfe? Nel 1949 Milano
era diventata sede del Centro Italiano Moda, allora costituitosi. Ha
un ricordo dell'eleganza in quegli anni ? La domanda viene spontanea
pensando alla sua particolare sensibilità artistica e agli
accostamenti cromatici dei suoi quadri di cui ci ha fatto gentile
dono. Passando a Veneziani Sport cosa ricorda?
Per
un certo periodo, dopo che venne chiuso l’ufficio di Piazza del
Duomo, la sede sociale della Società venne trasferita anche presso
la nostra abitazione, prima di essere portata a Vicenza .
Dell’esperienza
di Jole Veneziani conosco qualche particolare che Alfonso mi
raccontò, essendo avvenuta agli inizi della nostra conoscenza.
Alfonso
mi raccontava che fu un periodo fecondo di idee per l’azienda anche
se incise molto dal punto di vista economico nei bilanci della
stessa. Praticamente i capi erano pezzi unici e trattati e rifiniti
con la massima cura.
Ricordo
che volentieri sostavo per ammirare il negozio di Veneziani Sport in
via Montenapoleone. Negli anni ‘50, era una via che già allora
costituiva il cuore dell'eleganza milanese. Il negozio ha poi
mantenuto la sua denominazione fino ai giorni nostri.
giovedì 10 gennaio 2013
ALTA MODA
Defilé
al Teatro Olimpico di Vicenza
(Archivio “Belfe”)
ALTA MODA: Irene Brin, al secolo Maria Rossi, la definiva una scienza esatta, e ancora la diabolica Anna Wintour ce lo dimostra con la sua irreprensibiltà.
Se ciò non vi basta, gli esperti del Trasformista assicurano: "A t'al dig me, Sa t'al dig!!!" Qual'è il loro segreto? Essendo un segreto non lo sapremo mai. C'è solo una certezza proustiana in una locandina del 2009, recante l'immagine di un paio di converse, calzature ricomparse da poco sulle vetrine, ma riamate subito: "Le feste passano di moda, ma noi siam sempre qui".
ALTA MODA: Irene Brin, al secolo Maria Rossi, la definiva una scienza esatta, e ancora la diabolica Anna Wintour ce lo dimostra con la sua irreprensibiltà.
Se ciò non vi basta, gli esperti del Trasformista assicurano: "A t'al dig me, Sa t'al dig!!!" Qual'è il loro segreto? Essendo un segreto non lo sapremo mai. C'è solo una certezza proustiana in una locandina del 2009, recante l'immagine di un paio di converse, calzature ricomparse da poco sulle vetrine, ma riamate subito: "Le feste passano di moda, ma noi siam sempre qui".
Crazy little thing called love
domenica 6 gennaio 2013
MARIA PIZZATO
MARIA
PIZZATO
Operaia
e capo reparto dal 1935 al 1958.
Quando
entrò in fabbrica?
Nel
1934 per interessamento di Alfonso Golin In quell’epoca si era
avviata la produzione di elmetti coloniali per l’esercito impegnato
nella guerra d’Africa.
Quali
erano le mansioni per le quali era stata assunta?
Iniziai
come addetta ai cappelli in tela che si potevano cucire con una
variante alle macchine per i cappelli di paglia. Consisteva in una
piastra che rendeva possibile la cucitura su tela.
Uno
dei modelli più richiesti, chiamato "bagnini", prodotto
per bambini e bagnanti era in cotone piquet bianco.
Come
si presentava il luogo di lavoro considerando che era già iniziata
una produzione alternativa alla paglia ?
Ricordo
solamente che in quel periodo una parte della sala manteneva una
linea di confezione di cappelli in paglia.
Cosa
ricorda della produzione di capi militari?
..Vennero
realizzati modelli per caschi coloniali con sughero e fettucce di
tela. Si realizzavano inoltre tende da campo e, con la stessa tela,
zaini e tascapani. Quando l'Italia entrò in guerra contro l'Albania
nel 1939 furono richiesti giacconi in pelle da camionista e
motociclista per i quali Augusto Dint fece acquistare otto macchine
Necchi di tipo speciale.
Il
mio compito era preparare cinture, colli ed altri parti che venivano
piegate ed incollate con il mastice, su cui si cuciva con una
rotella.
Seguiva
anche la produzione di abbigliamento civile ?
Ricordo
in particolare un modello esclusivo, in tela gommata, un giaccone
sportivo, di colore bianco, realizzato perché venne richiesto con la
massima urgenza da un sarto di Cortina d'Ampezzo per un cliente
importante, Bruno Mussolini, nel 19411.
(8)
In
quel periodo era stilista e modellista Augusto Dint che curava anche
lo sviluppo dei campioni. Ricordo che a volte venivo chiamata per
provare dei modelli di giacca a vento ed altri capi. Una produzione
che ci impegnò particolarmente fu un ordine di 5.000 abiti maschili.
Venivano realizzati anche caschi in pelle con una macchina
particolare che smussava le cuciture della pelle. Quando Dint nel
1943 si licenziò, venne una modellista, la signora Elena Gualazzini,
che lavorava al taglio con Pianezzola, per la produzione di capi
femminili, e Liberatori per i capi maschili, che mi chiamò nel
reparto campionatura.
Dalle
sue parole si intuisce che era stata scelta per la precisione e la
velocità con cui realizzava le cuciture. Ebbe anche incarichi di
responsabilità?
Dopo
un controllo dei tempi di produzione, venni nominata capo reparto
quando era stata introdotta “la giostra", uno strumento per la
produzione in serie, realizzata dalle officine Strada di Marostica.
Si trattava di un sistema rotante la cui velocità veniva stabilita
in base a uno studio sui tempi di produzione. Le operaie non sempre
erano in grado di assolvere con lo stesso ritmo la quantità di
lavoro richiesto. Era una specie di catena di montaggio in cui la
lavorazione veniva suddivisa in venti operazioni. Questo nome
curioso, la giostra, fu dato dalle lavoranti perché venne introdotto
in concomitanza con una festa molto amata da Marostica, la sagra del
Beato Lorenzino. La velocità richiesta dalla “catena",
ricordava alle addette il Luna Park allestito in quei giorni in Campo
Marzio. In realtà mi pare di ricordare che il suo nome fosse
“Varium”.
Quali
erano i capi che avevano una maggior produzione ?
Le
giacche da caccia (particolarmente elaborate, formate da 75 pezzi)
prevalentemente in fustagno marrone che avevano un modello
particolare in quanto si dovevano poter inserire le cartucciere e la
selvaggina in una tasca posteriore detta “bressana”. In modo
analogo venivano realizzati i gilet. Anche i montgomery, in
particolare un capo con la fodera scozzese, avevano una forte
produzione.
Uno
dei motivi per cui abbiamo cercato di incontrarci con Lei è dovuto
al fatto che Giovanni Pianezzola ricorda che era stata scelta per
recarsi a Milano nell'atelier Veneziani quando era iniziata la
collaborazione con questa importante stilista.
A
Milano trascorsi 15 giorni. Ci trasferimmo con le macchine per cucire
Necchi in quanto Veneziani. se si eccettua una macchina di sua
sorella, realizzava capi cuciti a mano. Eravamo accompagnate da Maria
Zuliani, una giovane modellista scelta per sostituire Liberatori, e
per affiancare Jole Veneziani che seguiva personalmente ogni momento
della lavorazione per la quale esigeva tempi di consegna molto
rapidi. Un capo di complessa esecuzione fu un modello di
impermeabile, in gabardine di cotone, rovesciabile, svasato nel
fondo. Venivano realizzati anche capi con l’interno in seta.
L'atelier
di Jole Veneziani era al numero 8 di via Montenapoleone, attiguo al
caffè pasticceria Cova, una vera istituzione milanese di quegli
anni. Trovarsi a lavorare in un atelier di alta moda in alternativa
ad un salone di fabbrica era certamente per una ragazza di Marostica
un’esperienza fuori dal comune.
Ciò
che mi colpì maggiormente fu un enorme sipario di velluto,
indispensabile per tenere nascoste le ultime creazioni.
Erano
gli inizi per l’alta moda italiana e lavorare nella più assoluta
segretezza era necessario per mantenere inalterato il suo prezioso,
costosissimo carattere di irripetibile unicità.
Come
Lei ha ricordato, l'alta moda realizzava capi unici, creati per una
sola cliente, rigorosamente confezionati a mano, quasi l'equivalente
di un’opera d'arte. Non è cambiato molto se anche le sfilate
attuali delle collezioni Alta Moda si compongono di modelli
esclusivi, unici e di immagine, rivolti ad una clientela selezionata
che richiede “capi su misura”.
La
collaborazione con Veneziani da un lato richiese costi notevoli a
causa dell'unicità di ogni capo realizzato, ma nell'anno successivo
Belfe poteva utilizzare i capi di Veneziani Sport anche con la
propria firma.
Ricorda
qualche episodio del periodo della campioneria? Immaginiamo ricordi
la realizzazione dei capi per la spedizione del K2 del 1954.
Uno
dei partecipanti, Gino Soldà, che era anche cliente perché aveva un
negozio di articoli sportivi a Recoaro, seguì personalmente alcuni
particolari per la realizzazione dei capi per la spedizione.
Per
quanto tempo rimase a lavorare in Belfe?
Rimasi
25 anni circa, dal 1935 al 1958. Cessai di lavorare perché nel
periodo trascorso in campioneria avevo forti dolori alla schiena.
giovedì 3 gennaio 2013
Johnny B Goode
-->
Cenerentola a Parigi
Johnny B Goode
Completo
da passeggio: giaccone di linea sportiva in lana con disegno
”Principe di Galles”
(Archivio
“Belfe”).
Cenerentola a Parigi
Johnny B Goode
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