domenica 6 gennaio 2013

MARIA PIZZATO


MARIA PIZZATO
Operaia e capo reparto dal 1935 al 1958.








Quando entrò in fabbrica?
Nel 1934 per interessamento di Alfonso Golin In quell’epoca si era avviata la produzione di elmetti coloniali per l’esercito impegnato nella guerra d’Africa.

Quali erano le mansioni per le quali era stata assunta?
Iniziai come addetta ai cappelli in tela che si potevano cucire con una variante alle macchine per i cappelli di paglia. Consisteva in una piastra che rendeva possibile la cucitura su tela.
Uno dei modelli più richiesti, chiamato "bagnini", prodotto per bambini e bagnanti era in cotone piquet bianco.

Come si presentava il luogo di lavoro considerando che era già iniziata una produzione alternativa alla paglia ?
Ricordo solamente che in quel periodo una parte della sala manteneva una linea di confezione di cappelli in paglia.

Cosa ricorda della produzione di capi militari?
..Vennero realizzati modelli per caschi coloniali con sughero e fettucce di tela. Si realizzavano inoltre tende da campo e, con la stessa tela, zaini e tascapani. Quando l'Italia entrò in guerra contro l'Albania nel 1939 furono richiesti giacconi in pelle da camionista e motociclista per i quali Augusto Dint fece acquistare otto macchine Necchi di tipo speciale.
Il mio compito era preparare cinture, colli ed altri parti che venivano piegate ed incollate con il mastice, su cui si cuciva con una rotella.

Seguiva anche la produzione di abbigliamento civile ?
Ricordo in particolare un modello esclusivo, in tela gommata, un giaccone sportivo, di colore bianco, realizzato perché venne richiesto con la massima urgenza da un sarto di Cortina d'Ampezzo per un cliente importante, Bruno Mussolini, nel 19411. (8)
In quel periodo era stilista e modellista Augusto Dint che curava anche lo sviluppo dei campioni. Ricordo che a volte venivo chiamata per provare dei modelli di giacca a vento ed altri capi. Una produzione che ci impegnò particolarmente fu un ordine di 5.000 abiti maschili. Venivano realizzati anche caschi in pelle con una macchina particolare che smussava le cuciture della pelle. Quando Dint nel 1943 si licenziò, venne una modellista, la signora Elena Gualazzini, che lavorava al taglio con Pianezzola, per la produzione di capi femminili, e Liberatori per i capi maschili, che mi chiamò nel reparto campionatura.

Dalle sue parole si intuisce che era stata scelta per la precisione e la velocità con cui realizzava le cuciture. Ebbe anche incarichi di responsabilità?
Dopo un controllo dei tempi di produzione, venni nominata capo reparto quando era stata introdotta “la giostra", uno strumento per la produzione in serie, realizzata dalle officine Strada di Marostica. Si trattava di un sistema rotante la cui velocità veniva stabilita in base a uno studio sui tempi di produzione. Le operaie non sempre erano in grado di assolvere con lo stesso ritmo la quantità di lavoro richiesto. Era una specie di catena di montaggio in cui la lavorazione veniva suddivisa in venti operazioni. Questo nome curioso, la giostra, fu dato dalle lavoranti perché venne introdotto in concomitanza con una festa molto amata da Marostica, la sagra del Beato Lorenzino. La velocità richiesta dalla “catena", ricordava alle addette il Luna Park allestito in quei giorni in Campo Marzio. In realtà mi pare di ricordare che il suo nome fosse “Varium”.

Quali erano i capi che avevano una maggior produzione ?
Le giacche da caccia (particolarmente elaborate, formate da 75 pezzi) prevalentemente in fustagno marrone che avevano un modello particolare in quanto si dovevano poter inserire le cartucciere e la selvaggina in una tasca posteriore detta “bressana”. In modo analogo venivano realizzati i gilet. Anche i montgomery, in particolare un capo con la fodera scozzese, avevano una forte produzione.

Uno dei motivi per cui abbiamo cercato di incontrarci con Lei è dovuto al fatto che Giovanni Pianezzola ricorda che era stata scelta per recarsi a Milano nell'atelier Veneziani quando era iniziata la collaborazione con questa importante stilista.
A Milano trascorsi 15 giorni. Ci trasferimmo con le macchine per cucire Necchi in quanto Veneziani. se si eccettua una macchina di sua sorella, realizzava capi cuciti a mano. Eravamo accompagnate da Maria Zuliani, una giovane modellista scelta per sostituire Liberatori, e per affiancare Jole Veneziani che seguiva personalmente ogni momento della lavorazione per la quale esigeva tempi di consegna molto rapidi. Un capo di complessa esecuzione fu un modello di impermeabile, in gabardine di cotone, rovesciabile, svasato nel fondo. Venivano realizzati anche capi con l’interno in seta.

L'atelier di Jole Veneziani era al numero 8 di via Montenapoleone, attiguo al caffè pasticceria Cova, una vera istituzione milanese di quegli anni. Trovarsi a lavorare in un atelier di alta moda in alternativa ad un salone di fabbrica era certamente per una ragazza di Marostica un’esperienza fuori dal comune.
Ciò che mi colpì maggiormente fu un enorme sipario di velluto, indispensabile per tenere nascoste le ultime creazioni.

Erano gli inizi per l’alta moda italiana e lavorare nella più assoluta segretezza era necessario per mantenere inalterato il suo prezioso, costosissimo carattere di irripetibile unicità.
Come Lei ha ricordato, l'alta moda realizzava capi unici, creati per una sola cliente, rigorosamente confezionati a mano, quasi l'equivalente di un’opera d'arte. Non è cambiato molto se anche le sfilate attuali delle collezioni Alta Moda si compongono di modelli esclusivi, unici e di immagine, rivolti ad una clientela selezionata che richiede “capi su misura”.
La collaborazione con Veneziani da un lato richiese costi notevoli a causa dell'unicità di ogni capo realizzato, ma nell'anno successivo Belfe poteva utilizzare i capi di Veneziani Sport anche con la propria firma.

Ricorda qualche episodio del periodo della campioneria? Immaginiamo ricordi la realizzazione dei capi per la spedizione del K2 del 1954.
Uno dei partecipanti, Gino Soldà, che era anche cliente perché aveva un negozio di articoli sportivi a Recoaro, seguì personalmente alcuni particolari per la realizzazione dei capi per la spedizione.

Per quanto tempo rimase a lavorare in Belfe?
Rimasi 25 anni circa, dal 1935 al 1958. Cessai di lavorare perché nel periodo trascorso in campioneria avevo forti dolori alla schiena.



1 Bruno, il figlio di Benito Mussolini, dirigeva una linea aerea con l'America dei Sud.


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