Nelle ore più calde era facile addormentarsi ascoltando il dolce canto degli uccelli che affollavano un alto alloro ai margini del giardino, quando improvvisamente un sonoro rombo di macchina fece stonare il coro di cinguettii e decine di ali frullanti spiccarono in volo verso il cielo azzurro lasciando battere di terrore il cuore del cucciolo che scappò in fondo al giardino terrorizzato.
Lenti rumori risvegliarono la grande casa vuota e nascosto dall’ombra l’animale scrutava i nuovi intrusi preoccupato per la sua dimora non più così sicura.
L’estate era quasi finita e il lungo trionfo di vegetazione proseguiva il suo corso sotto il sole ancora caldo, che si lasciava avvicinare dal mite settembre, allora una ragazza decise di lavorare nel prato per godersi meglio il canto degli uccelli che l’inverno avrebbe diradato. Tutti i confini del giardino erano coperti da siepi ed alberi così fitti da lasciare zone d’ombra perfino in pieno giorno. La forbice tagliava rami e fiori secchi e le piante rivedevano la luce: tra queste il caprifoglio che allietava il lavoro con un intenso profumo, un profumo così dolce da far sorridere, nonostante lo sforzo, la ragazza che si chiamava Rita. E nella pace della natura il triste miagolio voleva farsi strada nell’ombra: Rita alzò la testa, e si girò intorno senza vedere nulla che potesse produrre quel suono; così pensò a una voce nei suoi pensieri proseguendo il suo lavoro.
Dopo un breve silenzio un nuovo miagolio più forte, la cui provenienza rimaneva sconosciuta; un terzo ed un quarto, lamenti che potevano venire dai cespugli ancora troppo folti per distinguere quella creatura piccina piccina che sbucò finalmente sul selciato.
“Com’è bello” esclamò Rita, e non vi fu dubbio che il suo giardino portava un dono d’autunno.
Un piccolo tigrotto emergeva lentamente da una piccola jungla e si avvicinava senza paura verso la padrona del giardino, ferma per lo stupore, finché non si accorse che aveva una zampina malata con cui si trascinava: a quel punto Rita decise di fare una pausa con in braccio il piccolo spaventato.
I due trascorsero insieme il resto della giornata finché non li scoprì papà.
“Non ho più visto nessuno in giardino ed ho sentito un gran silenzio: sembravi scomparsa”
“No, c’è un gattino zoppo che non mangia da giorni e io gli faccio compagnia, papà, posso tenerlo? E’ bellissimo.”
“Adesso pensiamo a nutrirlo e curarlo, poi capiremo da dove viene” rispose il genitore.
Rita guardò il musetto ormai sereno e disse: ”Vieni con me” il gattino non rispose, ma fu come un sì e tutti entrarono in casa a cercare una cuccia adatta: bastò una piccola slitta in legno, un vecchio gioco costruito dal babbo, quando Rita era piccola. Il micino parve apprezzarla di molto.
Papà lo fissava orgoglioso: “E’ così magro e scheletrico che pare sia stato in giardino nascosto troppo tempo, forse durante tutte le nostre vacanze… poverino! Chissà se ha dei padroni da qualche parte.”.
La zampina era molto grave e fu necessario andare dal veterinario.
Papà acquistò prontamente una gabbietta per il tragitto in macchina durante il quale Rita sedette guardando il piccolo malato e parlandogli per calmarlo.
La visita fu accurata e meticolosa. Purtroppo la zampa non poteva guarire completamente. Il gatto aveva forse cinque mesi , sopravvissuto per miracolo ad un brutto incidente.
Ci fu un grande silenzio: un gattino così piccolo ma così coraggioso da cavarsela tutto solo in un giardino disabitato dove l’unico riparo dall’afa erano le piante.
Il veterinario raccomandò di fargli avere tutte le cure necessarie perché non era più possibile operarlo, quindi bisognava tenerlo al sicuro ed aiutarlo a recuperare l’uso della gamba.
Tenendolo in braccio e accarezzandolo Rita pensò un nome adatto: guardava il mantello striato di nero, grigio e nocciola e pensava di chiamarlo tigre, ma non si adattava al suo musetto troppo dolce. Le striature erano così perfette e regolari da formare il disegno di un’aquila sopra la testa. Allora Rita pensò di chiamarlo aquila in inglese ovvero eagle ma non era del tutto convinta, anche se sarebbe piaciuto a papà che ascoltava spesso le canzoni degli Eagles, un gruppo molto famoso ai suoi tempi. Ma Eagle aveva una pronuncia difficile e Rita voleva che il gattino riconoscesse subito la sua voce. Ci voleva un nome semplice, così papà suggerì Esopo perché era il nome dello schiavo che raccontava favole sugli animali per insegnare agli umani e il piccolo animale era già protagonista di una storia che poteva insegnare il coraggio a tutta la famiglia: la sua.
Anche Rita pensò che fosse come un piccolo Esopo e si decise all’unanimità per Esopino che fu presto abbreviato in Pino.
Pino si stabilì inizialmente sul terrazzo dove poteva evitare gli attacchi di altri animali che si intrufolavano in giardino. Rita lo accudiva amorevolmente facendo attenzione a non toccare mai la parte che era stata ferita. Quando cominciò a muoversi più liberamente lo aiutava ad esercitarsi lasciandolo arrampicare sul suo corpo e poi massaggiava le zampine per aiutare la circolazione.
Prestò trovò il coraggio di andare in giardino a correre dietro alle farfalle per poi riposarsi al fresco dell’agrifoglio, oppure tornava nell’aiuola di rose, tutti luoghi conosciuti durante la malattia: salutava le api, sue preziose amiche e annusava le rose quasi socchiudendo gli occhi e tendeva la zampina a qualche fiore come per gioco.
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