domenica 11 novembre 2012

LINO BADOCCO, con l’affettuosa partecipazione della moglie Celestina Cuman


Dal 1936 agli anni ’90 in successione ebbe mansioni di operaio, impiegato all’ ufficio vendite ed infine viaggiatore e rappresentante.


Come ebbe inizio la sua carriera in “Belfe” ?
Entrai alla “Belfe” nel 1936 (avevo 14 anni) e dato che la ditta in quel periodo si era assicurata una grossa fornitura di caschi coloniali per i nostri soldati in Africa, ho cominciato lavorando in questo reparto. Dopo alcuni mesi mio padre chiese al dottor Los se poteva trasferirmi in qualche ufficio perché avevo appena concluso il triennio delle “commerciali” che qualche cosa allora valevano. Fu proprio nell’aprile del 1936 che venne accettata la richiesta di trascrizione di marchio per prodotti sportivi. Il dottor Los accettò subito la richiesta e mi trasferì come ragazzino tuttofare in ufficio. Mi accolse sotto la sua protezione insegnandomi moltissime cose utili. Era una persona invidiabile che destava la mia ammirazione perché sapeva fare tutto con estrema facilità, come scrivere a macchina in diverse lingue e sempre in prima battuta. Era uno straordinario conoscitore di tutti i tessuti e tutti gli acquisti passavano dalle sue mani.

In qualità di “più anziano collaboratore vivente del dottor Los”, come Lei stesso si definisce, ricorda come si arrivò alla fabbricazione in serie delle confezioni sportive ?
Nella mia prima esperienza di lavoro si realizzavano giacche a vento in popeline, giubbetti, giacche in pelle con pelliccia di agnello staccabile sul fodero perché gli automezzi a quei tempi non erano riscaldati e dunque bisognava creare un capo molto confortevole. C’erano zaini da trekking e berretti invernali, caschi in pelle da moto e croce testa da sciatori. Ma la grande produzione di capi sportivi coincise con l'uso di una fibra artificiale: il nylon.

Ha un particolare ricordo della circostanza in cui questo tessuto venne introdotto in Belfe?
Nel 1942 ero partito militare ma già il dottor Los mi aveva salutato con queste parole "Quando ritorni ti voglio con me”. Era il periodo di guerra ma fortunatamente invece di andare in Russia, Grecia, ecc., fui destinato, come truppe di presidio, in Francia, dove trascorsi circa un anno nella zona di Marsiglia. Mi ricordo che prima di partire, avendo avuto una piccola licenza per salutare i famigliari, passai anche alla Belfe per salutare il dottor Los, l’ingegner Festa e i colleghi. In questa occasione Los mi disse che aveva necessità di procurarsi due libri francesi, che parlavano di nuove fibre rivolte al futuro (libri che in Italia non si trovavano). Partii con i titoli di questi libri e, dopo vari tentativi, riuscii a trovarli in una libreria di Tolone. Misi questi due libri nel mio zaino e dopo aver passato qualche brutta avventura, rientrai a casa dopo l'8 settembre 1943 e consegnai i due libri richiesti. Il dottor Los non sapeva come ringraziarmi e non capiva come ero riuscito a conservarli. Per me è stata una grossa soddisfazione.

Dunque un’ innovazione tecnologica, il nylon1, fu introdotta per la prima volta in Italia da “Belfe”. Le crisi portano fallimenti e disoccupazione, ma danno anche una scossa salutare al sistema. La Dupont investì molto nella ricerca potendo assumere a basso costo scienziati disoccupati e alla fine degli anni Trenta il 40% delle sue vendite proveniva da prodotti nuovi, tra cui l’importante invenzione del nylon. Anche dopo le guerre è sempre avvenuto un grosso cambiamento e la moda è come se fosse sempre in guerra: la moda dura poco, è un articolo deteriorabile, si deve sempre essere alla ricerca del nuovo. Nella biblioteca famigliare è rimasto molto poco di pubblicazioni inerenti alla professione di Ferruccio Los, fortunatamente però conserviamo ancora un manuale per il lavoratore delle fibre tessili, stampato nel 1940 dalla casa editrice Marzocco che, nel capitolo dedicato alle fibre artificiali, annuncia che verrà lanciata sul mercato nell'anno 1940 una fibra sintetica, non conosciuta, dalla casa di prodotti chimici Dupont De Nemours (USA), il nylon appunto.
Io non sapevo da quale fonte fosse venuto a conoscenza che in Francia producevano questo nuovo tessuto leggero e impermeabile che chiamava nylon. Ma mi resi subito conto che il vecchio popeline o gabardine di cotone che si era cercato di rendere resistente all’acqua con un particolare processo di impermeabilizzazione e con il quale a partire dal 1929 si confezionavano le giacche a vento, sarebbe stato in breve tempo superato da questa nuova fibra. Bisognava quindi andare per primi in Francia ed acquistare un metraggio di questo nuovo tessuto, per anticipare tutti i concorrenti.

Andò il dottor Angelo Carlo Festa, con Alfonso Golin, come da lui ricordato.
Si recarono in un paesino vicino a Lione, ritornando con il nuovo tessuto (ricordo color bleu) e così la “Belfe” è stata la prima ditta a uscire con il campionario di giacche a vento in nylon ed è stato un successo.

Dopo la guerra rientrò a lavorare in Belfe ?
Come mi aveva inizialmente promesso il dottor Los ripresi il lavoro in ditta.
Modello di Giacca a Vento “Belfe” fine anni ’40. (Archivio Famiglia Los)


Dopo poco tempo mi consigliò di prendere la patente di guida e così andavamo assieme a Milano, Prato, Biella, e in altre città per acquisti, insegnandomi sempre nuove cose e nuovi segreti per non sbagliare. Devo dire che riusciva sempre a stupirmi per la facilità sorprendente con cui faceva ogni cosa.
La ditta allora produceva sia abbigliamento civile (impermeabili, soprabiti, etc.) e articoli sportivi, uniti in un unico campionario. I rappresentanti allora erano: Alfonso Golin, Gino Pozza e un certo Papa, per la zona di Roma.
Questo signor Papa, non sapendo guidare la macchina, viaggiava con l'autista, ma le spese erano troppo alte e perciò Papa aveva confidato al dottor Los che se fosse riuscito a trovare un aiutante con patente, sarebbe stato lieto di dargli una parte delle provvigioni.
Io avevo la responsabilità dell'ufficio vendite, ma ancora una volta Los pensò a me consigliandomi di tentare questa nuova attività che poteva offrire un buon avvenire. Partii dunque poco dopo con questo rappresentante di Roma e ben presto imparai a girare offrendo i prodotti Belfe.

Con il passaggio da via Tempesta a via Roma, nel 1948, nasce l'abbigliamento sportivo. Ricorda le circostanze che portarono a tale scelta ?
Il dottor Los propose all'ingenier Festa di separare la produzione di abbigliamento civile della I.C.A (Industria Confezioni Abbigliamento) da quello sportivo I.A.S. (Industria Abbigliamento Sportivo), avendo capito che tenerle riunite creava difficoltà nella produzione. Venne cosi deciso che l'articolo sportivo si sarebbe spostato in una sede diversa, l'ex edificio dell'Anonima Girardi, in via Roma.
Quando Los propose ai venditori un contratto di viaggiatori a stipendio (ed una giusta provvigione), rifiutarono, preferendo la sola rappresentanza dell'articolo di abbigliamento civile. Si rivolse allora a me proponendomi la consegna del nuovo campionario sportivo per tutta l'Italia. Avrei visitato le città più importanti, ma ero giovanissimo e sprovvisto di automobile. Non potevo dunque accettare, ma ancora una volta il dottor Los risolse la questione proponendomi di farmi anticipare dalla Ditta l'importo per l'acquisto di una vecchia Topolino Fiat, di proprietà di un certo ingenier Cogo, importo che mi sarebbe stato trattenuto dalle provvigioni.
Iniziai così a girare da solo tutta l'Italia, arrivando fino alla Sicilia. Il signor Toffanin, contabile, mi inviava i soldi a Fermo Posta.
Quando il signor Golin decise di venire alla I.A.S ( Industria Abbigliamento Sportivo) potemmo dividere in due zone l'Italia e i risultati furono cosi buoni che riuscimmo a dare lavoro continuativo a duecento operai.

Ricorda alcuni colleghi in particolare ?
Il dottor Los, che curava anche attivamente le collezioni, dava grande importanza alla scelta dei responsabili della campioneria. Così ricordo un tecnico, il signor Dint, che fu sfortunatamente ucciso da un militare polacco (aggregato alle truppe di liberazione) in una trattoria del centro di Marostica nel 1946.
Venne anche chiamata in sostituzione di Liberatori la signora Maria Zuliani, che ha sempre dato un tocco nuovo ai campionari. Fu inoltre preziosa interprete di Jole Veneziani nel periodo di collaborazione di Belfe con Veneziani Sport.

L'esperienza con Jole Veneziani era finalizzata ad acquisire, attraverso una prima realizzazione di modelli nel suo atelier, una pratica che permettesse di produrre poi all'esterno la linea progettata dalla stilista. Erano solo vantaggi di immagine quelli acquisiti da “Belfe” ?
Una volta presentata la collezione di Veneziani sport, l'anno successivo Belfe aveva diritto di assortire il suo campionario inserendo i capi creati dalla stilista anche con propria etichetta.

Era una convenzione praticata anche in altre circostanze?
Era così anche per un importante cliente, Bredo di Cortina. Erano modelli che dopo essere stati in esclusiva per un anno, potevano essere riproposti da Belfe, riassortivano il campionario e solo per questo motivo era possibile sostenere i pesanti costi di confezione dei capi da loro proposti. Richiedevano i capi con massima urgenza per cui mi capitava di consegnare l'ordine personalmente, con spese di viaggio e realizzazione molto costose.
Alcuni modelli, per la caccia in particolare, restavano in campionario di anno in anno e l'ordinazione veniva riconfermata direttamente. Non era necessario proporre in visione il modello.

Ricorda qualche particolare episodio legato a clienti Belfe ?
Proponevo gli articoli sportivi ai negozi specializzati di tutta Italia e alcuni di loro divennero esclusivisti: Pettinelli a Venezia, Giusti a Roma che aveva un negozio in piazza Trevi, Schiavi a Bologna, Basevi a Udine; infine dopo il '50 la “Belfe” arrivò anche a Capri con un abbigliamento “leisure”.
Mi pare di ricordare che il primo cliente sportivo sia stato Pedoni di Verona a cui l'ingenier Francesco Festa propose l'acquisto di caschi per moto. Aveva un'officina, ma il figlio aprì un negozio dì articoli sportivi, in seguito, diventando esclusivista “Belfe”. In un certo senso si trattava di un settore da inventare. A Parma presso un esclusivista di Belfe, Alinovi, il padre di Nicola Pietrangelì, campione di tennis negli anni sessanta, mi suggerì di diventare rappresentante in Italia di Lacoste che ancora non era conosciuto, ma di cui era concessionario.
Fino ai primi anni '60 veniva prodotta una polo a maniche corte in piquet di cotone, in un tessuto a nido d'ape rivelatosi praticamente indistruttibile, esclusivamente di colore bianco. Una curiosità è il piccolo coccodrillo verde applicato all'altezza del cuore (dal soprannome ricevuto da Lacoste quando era tennista).
Quando la moda sportiva uscì dal suo mondo ristretto e divenne informale, le Lacoste, adatte per uomo, donna e bambino, raggiunsero in pochissimi anni una varietà di 21 colori. Un particolare molto comune in seguito, ma introdotto da Lacoste fu l'accorgimento di tenere la parte posteriore più lunga di quella anteriore per permettere movimenti ampi e bruschi, lasciando la maglietta rimboccata, un dettaglio che caratterizzava solo i modelli bianchi da tennis.

Volentieri abbiamo lasciato che parlasse di una “ditta concorrente” perché la sua osservazione riguardo a una soluzione tecnica di maggiore comfort è stata in seguito imitata come un dettaglio di moda.
Pensiamo sia qui appropriata una riflessione di Alfred Loos: "Una piega falsa non permette, grazie alla maggiore quantità di stoffa, una più ampia libertà di movimento, è dunque ornamento”.2 La necessità di distinguere tra funzionalità e moda è venuta appunto da numerosi campioni sportivi che hanno offerto la loro competenza per rendere più confortevole un capo di abbigliamento. Erano richieste grandi capacità tecniche per una moda sportiva active che, a differenza del casual, deve seguire precise regole stilistiche anche in fatto di tessuti, forme e colori.
Per restare in tema, quando Ferruccio Los dovette cercare tecnologie nuove per la prima importante commessa all'estero ricevuta dall'esercito finlandese, durante la seconda guerra mondiale, sicuramente poteva contare su un'esperienza diretta, maturata durante le escursioni tra le montagne, affrontando condizioni metereologiche caratterizzate da vento, neve, pioggia e sole.



1 Il filo di nylon, vale a dire il primo polimero sviluppatosi negli anni '30 (la sua produzione risale al 1938) fu utilizzato nell'industria tessile dal 1945. Utile perché facilmente foggiabile a fibra per estrusione attraverso piccoli fori. Come già ricordato, “Belfe” è la prima azienda italiana a realizzare capi di abbigliamento con questo particolare filato, allora sconosciuto in Italia. La sicurezza e le performance che la plastica rende possibili hanno consentito a moltissimi sport di avere uno sviluppo veramente notevole. In Italia, l' autarchia aveva orientato la ricerca verso fibre alternative a cotone e lana che avevano consistenti importazioni dall'estero, come il rayon, prodotto in Italia da Snia Viscosa e da Rhodiatoce per “Belfe”. Le provvidenze governative per il settore tessile, poche e lente ad arrivare, erano state quasi interamente monopolizzate dal comparto delle fibre artificiali che si proponeva, assieme a tutta la chimica, come settore propulsivo. Ciò costrinse a partire dai primi mesi del 1947 la Marzotto di Valdagno ad una ristrutturazione produttiva: pur disponendo di attrezzature relativamente aggiornate rispetto al resto del comparto, gli impianti erano invecchiati e poco competitivi sui mercati internazionali. La ristrutturazione comportava inoltre un drastico ridimensionamento della mano d'opera occupata.
Ricordiamo che nel 1947 era ministro del Bilancio il liberale Luigi Einaudi.


2 Alfred Loos, “Parole nel vuoto”, ed. Adelphi Milano 1990


la sintesi del nylon 




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