ENZO
BALDASSINI
Viaggiatore
e rappresentante dal 1947 agli anni ’80.
Cerchiamo
di riassumere gli anni della sua permanenza alla “Belfe”: Vive
tuttora a Roma e le sue origini sono romane. Come si spiega un
incarico per una ditta di Marostica nei lontani anni ’50?
Al
ritorno a Roma, alla fine della guerra, ripresi a lavorare con la
società dove ero impiegato, ma nel 1946, in base ad una disposizione
del governo di allora che imponeva alle società o enti, parastatali
o statali di lasciare Roma, fui obbligato a trasferirmi a Milano,
nuova sede della società da cui dipendevo. Dopo alcuni mesi, mi
venne detto che avrei dovuto trasferirmi, sempre per lavoro, in una
città, a mia scelta fra Vicenza, Padova, Treviso, con l’incarico
di contattare proprietari di torbiere e lignite.
Scelsi
Vicenza e mi accasai nei pressi del lago di Fimon, per dedicarmi nei
momenti di libertà al mio sport preferito, la pesca.
A
questo punto possiamo già cogliere un legame con gli articoli
sportivi?
L’occasione
per un nuovo lavoro si presentò quando, durante il periodo delle
vacanze, mi misi a vendere dei prodotti di una Casa Astra, che mi
affidò l’incarico per le tre Venezie. Nella mia mente c’era
infatti sempre un pensiero fisso: quello di diventare rappresentante
di commercio. E, visto il successo ottenuto, mi dimisi dal precedente
impiego rimanendo stabilmente a Vicenza. Nei negozi di articoli
caccia e pesca non poteva mancare la produzione della Belfe. Visitai
molti negozi di articoli sportivi e, fra questi, Pettinelli Sport di
Venezia, divenendo amico del figlio Dino anche perché accomunato
dalla stessa passione, la caccia …E’ stato uno dei principali
clienti “Belfe”, di cui ebbe l’esclusiva, per lunghissimi anni.
Fu lui che mi presentò al dottor Los, e così divenni viaggiatore
della Belfe per le tre Venezie, la Lombardia e il Piemonte.
Dunque
questi furono gli inizi, considerando che la Belfe con la
denominazione I.A.S. (Industria Abbigliamento Sportivo) nasce nel
1948. Nel 1951 successe un altro fatto: la Belfe voleva aprire
un’agenzia per le zone del Lazio, Campania, Marche, Calabria,
Puglia, Sicilia e Sardegna e, anche se a malincuore, accettai
l’incarico.
A
Vicenza avevo conosciuto Maria, con cui tornai a Roma, essendo
diventata mia moglie.
Nel
1956 divenni rappresentante della Belfe e, quindi, non più
dipendente, acquisendo anche altri incarichi con case importanti
quali L’Alpina (Australian), Cressi Sub, Lange ed altre fino alla
Diadora.
Cosa
può raccontare della sua vita professionale di quegli anni?
Per
quanto riguarda i punti salienti con la Belfe ci fu quello di
suggerire di non far lavorare ordine su ordine ma di risparmiare
moltissimo tessuto e tempo di lavorazione inserendo, in special modo
per i pantaloni, le taglie più piccole con quelle maggiori (per es.
la 42 con la 48, la 44 con la 50, la 46 con la 52, ecc.). Per questo
ebbi un elogio personale da parte di Papà, così amo chiamare
familiarmente con voi Ferruccio Los.
C’era
una grande amicizia e stima nei suoi confronti da parte della
famiglia Los. Una stima fatta anche di apprezzamento per i
suggerimenti che la sua esperienza poteva offrire. Per oltre
quarant’anni è stato prima viaggiatore e poi rappresentante per la
zona di Roma. Si trattava di negozi per una clientela esigente, i più
importanti di articoli sportivi.
Consigliai
anche l’inizio di una linea caccia e per il tiro al volo, dato che
servivo uno dei più importanti armieri di Roma, e forse d’Italia,
Frinchillucci. Questi mi permise di contattare Rossini, senz’altro
il migliore tiravolista esistente in quel momento avendo vinto alle
Olimpiadi di Melbourne nel 1956 una medaglia d’oro e quindi Ciceri,
indossanti entrambi la famosa giacca Belfe, con la quale si vinse il
titolo mondiale.
Questa
notizia ci fa ricordare che nel 1960 ci fu un evento eccezionale per
l’Italia e per Roma, le Olimpiadi. E ancora una volta i capi Belfe
furono indossati da atleti che riportarono importanti vittorie. Ma
accanto alla linea active, prettamente sportiva, Belfe produceva capi
per il tempo libero. Ci furono dei modelli di particolare successo?
Oltre
a quanto sopra descritto ottenni un ottimo riconoscimento nel settore
dei giacconi di panno pastore, per il quale divenni leader assoluto
con le vendite di decine di migliaia di capi. Ma, ancor più lo
divenni, quando, approfittando del successo con questi capi,
telefonai alla Signora Maria Zuliani proponendo di trasformare il
giaccone stesso in un montgomery. Suggerii anche il prezzo di vendita
di Lit. 17.500, nonché i colori che mi necessitavano. Fu un successo
enorme: le mie vendite di tante migliaia e migliaia di capi ogni anno
diedero uno sprone ai colleghi delle altre zone.
Come
si può intuire ci furono rivalità ed incomprensioni che portarono
alla conclusione del mio rapporto di lavoro in Belfe dopo la morte
del dottor Los, ma di questi anni ho un vivo ricordo per l’esperienza
umana e professionale che ci ha accomunati...
Tra
il 1951 e il 1954 la I.A.S. S.p.A. ha vissuto l’esperienza con
Veneziani Sport. Quali ripercussioni ha avuto un’esperienza così
esclusiva nei riflessi della clientela?
Del
connubio con Veneziani Sport sono venuto a conoscenza durante i miei
molti viaggi a Marostica. Per specifico accordo con Veneziani, tutte
le novità dovevano prima essere presentate nel mondo dell’Alta
Moda e solo l’anno successivo sfruttate dall’azienda e quindi
offerte ai rivenditori. Tuttavia questa esperienza segnò
profondamente la storia della Società. In primo luogo perché iniziò
la collaborazione con la signora Zuliani, scelta da Jole Veneziani
stessa, poi perché diede origine ad un’esperienza di lavoro
altamente qualificante. Infine perché questo fatto diede
all’azienda, pure con le limitazioni temporali a cui accennavo
prima, un enorme vantaggio nei confronti della concorrenza che, anche
se ancora molto limitata, cominciava già a farsi sentire.
Il
1954 è stato l’anno segnato dalla conquista del K2. La I.A.S.
S.p.A. è stata molto impegnata nella produzione dei capi e delle
attrezzature che hanno contribuito alla vittoria finale della
spedizione italiana. Sicuramente ci sarà stato un grande ritorno
pubblicitario dalla partecipazione a tale impresa.
L’avventura
del K2 non portò, nell’immediato, alcun beneficio all’immagine
dell’azienda presso i clienti essendo stata la sua partecipazione
pressoché ignorata dalla stampa dell’epoca e a conoscenza solo di
pochi giornali specialistici che non raggiungevano certo il grande
pubblico. Anzi, tale momento, molto impegnativo per l’azienda, finì
per ritardare ed ostacolare lo svolgimento del normale lavoro verso
la clientela abituale.
Era
molto amico di Ferruccio Los. Ha certamente avuto modo di parlare
della situazione venutasi a creare e che portò nel 1954 alla
chiusura delle attività dell’azienda.
Il
dottor Los mi chiarì in vari colloqui che la preparazione di capi di
alta moda, fatti e rifatti più volte sempre come fossero capi unici
e quindi con enormi costi di produzione e pochi benefici
nell’immediato, prosciugò tutte le risorse dell’azienda. La
successiva preparazione dei materiali per la scalata del K2 poi,
diede il colpo finale costringendo la proprietà, che non voleva
immettere nuovi capitali, a cessare l’attività.
Bisogna
pensare che all’epoca l’ingenier Francesco Festa aveva più di
settant’anni e il figliolo si era fino ad allora solo marginalmente
interessato all’azienda paterna. Il dottor Los però credeva nella
Società e prevedeva un sicuro ritorno di immagine per il grosso
lavoro svolto in quegli anni. Ne era talmente convinto che in
occasione della liquidazione propose a me e a Liberatori di rilevare
assieme la società. Ma gli alti costi previsti per tale operazione
ci spaventarono e il discorso non ebbe più seguito.
Fortunatamente
per tutti c’è stato il successivo accordo con il dottor Angelo
Carlo Festa e la ricostituzione della nuova Società, la Belfe S.p.A.
appunto, che ha dato nuove possibilità di lavoro a tutti.
Purtroppo
la prematura morte di Ferruccio Los è stata un grave colpo per
l’azienda da poco avviata e solo la caparbietà e l’impegno di
tanti sia all’interno che all’esterno dall’azienda, hanno
permesso la continuazione del lavoro sulle direttive e gli
insegnamenti che Ferruccio Los aveva saputo profondere con tanta
generosità.
La
sua storia personale le permette di avere su Ferruccio Los uno
sguardo distaccato rispetto all’ambiente di Marostica. Come lo
ricorda?
Era
dotato di una grande apertura mentale e modernità. Lasciava lavorare
i suoi collaboratori nel più assoluto rispetto ed autonomia.
Si
può confermare questo dato: infatti in molte interviste è
sottolineata l’importanza da lui data alle esperienze di lavoro
qualificanti considerate altrettanto valide di un titolo di studio.
Sì,
aveva un rapporto di assoluta fiducia verso gli altri, anche se, nel
suo ruolo, ciò comportava una notevole responsabilità. Era una
persona di una onestà unica.